24 Giu Una malattia di cui sono portatore sano: fare politica
L’incrocio degli sguardi silenti che vivono con una certa angoscia le parole di qualcuno, come se pensare con la propria testa fosse un difetto. Oggi vi parlo di un qualcosa che alcuni mi dicono, a volte a voce, a volte nei silenzi. Una specie di timbro, quello che ti viene dato da alcune persone per segnalarti come persona a loro avversa. Questa è una brutta influenza, contagia anche chi crede o chi ha creduto in te, chi riconosce quel minimo di “esperienza” e di capacità politica ma ti chiede di fare dei passi indietro, di eclissarti.
La malattia di cui sarei portatore (sano) si chiama “fare politica”. Insomma, viviamo nel periodo in cui se da un giorno all’altro vieni folgorato sulla via di Damasco e vuoi fare politica, vuoi “impegnarti” attivamente per la comunità perché a breve ci saranno le elezioni, allora sei considerato l’acqua santa; se invece ti occupi di rappresentanza, fai politica nel tuo piccolo fin da quando eri ragazzo (lo sono ancora), sei un cittadino attivo costantemente e cerchi di occuparti nel tuo piccolo della cosa pubblica, allora lì sei il diavolo, rappresenti il lato oscuro.
Pensare, manifestare il proprio pensiero pubblicamente, diventa quasi come l’elemento per poter dar modo a qualcuno di discriminarti. Di metterti da parte, di escluderti.
Magari accordi e accordicini sotto banco, nascosti, celati ai più, sono più tollerati. Sono tollerate le “stanze dei bottoni”, dove si siedono in pochi e pochissimi a decidere all’oscuro di molti il destino di una comunità.
Qualcuno direbbe “NON ME STA BENE CHE NO”, ecco, questa è l’occasione in cui faccio mie quelle parole del ragazzo (Simone) di Torre Maura. E di quei ragazzi come lui ne dovremmo avere di più. Persone che combattono a viso aperto, alla luce del sole, con le idee e con la forza del dissenso.
Perché il dissenso ci indica che viviamo in una democrazia, il fatto che si manifesta e che lo si possa manifestare significa che la nostra democrazia funziona ancora.
L’appiattimento, il silenzio, l’esclusione, la carenza di un dibattito sono inequivocabili segnali di uno spazio democratico ridotto, esclusivo, che per logica diventa solitario e intriso di solitudini, nonché oligarchico.
Una specie di visione privatistica della cosa pubblica (non nel senso che si fanno interessi privati, ma nel senso che si pensa che non si deve dare conto a nessuno, come se si stesse a casa propria), dove la fiducia si trasforma in fedeltà, e si sa, la fedeltà non conosce alcun esercizio del pensiero. Anzi meno parli, meno problemi dai, più avanzi nella scalata al “potere”.
Nel tempo in cui le destre avanzano a passi da gigante e portano con se anche nel profondo Sud quel vento insalubre di xenofobia e razzismo, la tolleranza a certi apparentamenti non può continuare.
Prima che diventi troppo tardi, bisogna riaprire un dibattito e rompere il silenzio, ricostruire una cultura politica senza ambiguità, riattivare le energie più giovani all’interno della comunità.
Non può continuare questo schema elitario in cui i “giovani” (classe dirigente degli ultimi dieci anni) decretano una sconfitta: quella di non riuscire a passare il testimone ad una nuova generazione per non lasciare al caso o ai meri equilibri di potere dello status quo il destino di una comunità.
Il cambiamento o è la formazione di nuove coscienze che ridanno potere ad una collettività e riscattano una comunità, oppure non è.
“Una politica che agisce il cambiamento ridistribuisce il potere ai cittadini, non si limita a concentralo su di se”